Le recensioni sono di sinistra.
È il potere al popolo.
Nel mio futuro distopico i lavoratori, invece di impadronirsi dei mezzi di produzione, lasceranno recensioni negative al padrone su Trustpilot.
E allora sì che trionferanno.
Ma non è stato sempre così.
In principio furono i critici.
Cinematografici, musicali, teatrali, letterari, d’arte, gastronomici.
Era l’epoca del “lei che ha studiato”.
Ad essi spettava raccontare. Decriptare. Divulgare. Proclamare la bellezza.
Erano giorni felici.
Poi nel giardino del Teatro Eden, al buffet della conferenza stampa, qualcuno rubò il finger food della conoscenza.
E vide.
E capì.
Il potere.
Di dare un voto.
Di promuovere o stroncare.
Sì o no.
Mi piace. Non mi piace.
Se voglio ti rovino.
Se sei bravo è perché l’ho deciso io.
Potere.
Iniziarono gli anni bui.
Gli anni in cui un manipolo di giudici cinici e corrotti decideva le sorti dell’arte, dello spettacolo, della letteratura, della ristorazione.
Poi venne la rivoluzione.
Potere al popolo.
Honestà.
Da 1 a 5 stelle.
Un su e giù di pollici.
Commenti.
Le recensioni sparivano dai trafiletti e invadevano l’eternet.
Si poteva recensire qualsiasi cosa.
E finalmente anche la Marisa di Castelnuovo di Sotto, novello Augusto, poteva decidere della sorte di ristoranti, alberghi, film, libri, spettacoli, negozi, medici, amanti, sex toys, escort (scrivo per un mio amico).
Se volevi avere un futuro dovevi pregare che la Marisa fosse scesa dal letto col piede giusto.
Perché nel frattempo la Marisa di Castelnuovo di Sotto, dopo secoli di sottomissione all’ancien régime, aveva scoperto la seduzione del potere.
Sì o no.
E lo decideva lei.
“Lei che non ha studiato”.
Lei che non era corrotta.
Lei che non si sarebbe fatta influencerare.
Poi arrivò l’Illuminata.
Veniva dal Nord.
Portava lunghe vichinghissime treccine rosse.
Si chiamava Pippilotta Viktualia Rullgardina Succiamenta Efraisilla Calzelunghe.
Sosteneva che valesse la pena cercare il lato bello delle cose.
Che dappertutto si potesse trovare qualcosa di utile, una fonte di ispirazione.
Ma i suoi non l’hanno accolta.
Una delegazione del popolo con mazze e forconi l’arrestò con l’accusa di bellismo e vilipendio al diritto di stroncatura.
Ad emettere la sentenza fu chiamata la Marisa di Castelnuovo di Sotto.
Che, scambiandola per Greta Thumberg, le diede una stella su 5.
Condannandola a morte.
C’è un aneddoto su Thelonious Monk.
Jazzista. Nero.
È ambientato in camera sua.
Affollata da jazzisti. Neri.
Ci andavano tutti i giorni.
Andavano ad imparare quella musica rivoluzionaria, che i bianchi non riuscivano a fare.
Un giorno c’era una radio accesa, che passava un disco country.
La musica dei bianchi, dei razzisti, dei conservatori, degli oppressori.
Nessuno capiva il perché ci fosse quella musica.
Perché proprio in quella stanza.
Dopo un po’, nell’imbarazzo generale, qualcuno osò chiedere a Monk se poteva spegnere quella merda.
Monk fece cenno di tacere.
E di ascoltare che robe stupende stava facendo il batterista con le spazzole.
Perché addirittura nella musica del nemico, in quella che disprezziamo di più, possiamo trovare inaspettati momenti di bellezza.
A me un’epifania del genere è capitata col Pulcino Pio.
Forse la merda più merda che ci possa essere.
Eppure la voce ha un fraseggio ritmico (in particolare modo sulla frase “in radio c’è una gallina”) tutto scomposto e in levare che mi fa impazzire.
E che mostro con orgoglio alle giovani generazioni come esempio di eccellenza.
E che vado tronfio di aver scovato.
Non é buonismo.
È bellismo.
Ispirismo.
Utilismo.
Sogno un mondo di gente tronfia che si aggira nei posti più impensati alla ricerca di poesia, di dettagli nascosti e bellissimi.
Impareremmo a surfare sullo sterco che neanche Flegias nella palude Stigia.
Segno+ al Pulcino Pio