amateurismo

È quello che siamo tutti: dilettanti. Non viviamo abbastanza per diventare di più.
Charlie Chaplin

Il mio guru è sempre di più Austin Kleon
In Semina come un artista dedica diverse pagine all’importanza di sentirsi dilettanti. O amateur come dicono altrove. 
E altrove dicono bene, perché è proprio una questione di amore

L’amatore è come Bocca di Rosa, non lo fa per professione.
Eppure sul professionista ha un vantaggio incredibile.
L’amatore ha molte più opzioni.
Proprio come un innamorato, non ha paura di rendersi ridicolo. 
Non ha niente da perdere, è disposto e aperto a tutto.
Corre rischi, sperimenta.

Eppure facciamo carte false per mostrare quanto siamo professionali.
O professionisti.

[“Professionista” non significa nulla. È una condizione che interessa più che altro l’INPS e non dà alcuna garanzia sulla riuscita, né sulla qualità del risultato.
“Professionale”, in compenso, è la parola più idiota del mondo. La kryptonite della credibilità. Quando hai bisogno di usarla di solito sei già nella merda fino al collo.]

Il problema è che abbiamo la fortuna di vivere a cavallo di una rivoluzione epocale come poche nella storia del mondo. 

[Quelli della mia generazione sono i più fighi: hanno vissuto un numero più che sufficiente di anni nel pre-digitale, molti anni a cavallo e, se ci va fatta bene, moltissimi anni nel nuovo mondo.]

E questa rivoluzione è rapidissima. È un fiume in piena. Il mondo cambia continuamente e alla velocità della luce.
E ci trasforma tutti in dilettanti.
Non facciamo in tempo a scrivere il manuale che è già cambiato di nuovo.
È per questo che vincono i dilettanti.
Ai dilettanti manca il manuale.
Non lo hanno letto da capo a piedi. 
Non gliene frega nulla, mica devono essere professionisti. 
Loro continuano ad imparare per tutta la vita. Senza vergognarsene.
Anzi, con un certo orgoglio.

Imparare è una figata.
Insegnare, invece, è largamente sopravvalutato. Ma è seducente.
Perché insegnare è potere
È avere persone che pendono dalle tue labbra, che hanno bisogno di te. Delle stille del tuo sapere. Che da te vogliono certezze granitiche, formule magiche, scatoline, caselline in cui catalogare il mondo. 
Se gliele dai, entri nella stratosfera. 
Sono tuoi.

Tutto questo può sedurre. 
E chi più chi meno, prima o poi, ci siamo cascati tutti.
E ci siamo mostrati granitici. Infallibili. Oracoli. Guru
Guai a far trapelare un’incertezza, una crepa nella nostra preparazione.
Si perde autorevolezza.
Un insegnante non può dire “non lo so”.
Mai. Piuttosto mentire.
È il potere. Ognuno nel suo piccolo feudo.
Il microcosmo.
Tanti big-fish-in-a-small-pond.
Che noia.

Oppure?

“Oppure” va sempre bene. Ognuno ci prova a modo suo.
Fra i modi più balzani c’è anche quello di tenersi delle (piccole si auspica) zone grigie di ignoranza. Ovunque. Per salvaguardare anche la nostra parte più naïf.
Rinunciare a sapere tutto, per me, ha molto a che fare con la saggezza.
Qualche certezza in meno in cambio di una dose di meraviglia, di rischio, di sperimentazione, di amore.
Anche l’insegnamento si trasforma.
Si percorre una strada assieme. Non davanti. Si sperimenta assieme.
E se c’è un modo giusto per fare una cosa lo si scopre assieme.
Per mille ragioni.
Intanto perché, onestamente, le risposte giuste sono sempre in sottonumero rispetto alle domande giuste.
E poi guess what? Rinunciare al potere è liberatorio.
E se ti fai un attimo da parte, magari i tuoi allievi vedono la pista e riescono anche a decollare.

I trucchi del mestiere li trovi su YouTube. Ma c’è una cosa che solo un insegnante può trasmettere, ed è l’amore
E l’amore può anche far innamorare.
Ed sarà l’amore che, alla lunga, li farà stare sul pezzo giorno e notte.
Sarà l’amore, non l’ambizione, che li trasformerà in level pro.

E va a finire che l’insegnante (che vorrei essere) è un carbonaro che, pagato per formare professionisti, trasforma di nascosto i suoi allievi in grandi amatori.

photo credits Gary Meacher

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